La Corte di Cassazione si è pronunciata con due ordinanze gemelle su un caso legato all’evasione del PREU, confermando la legittimità degli accertamenti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli nei confronti di una società e del suo ex amministratore. Le due decisioni riguardano la stessa vicenda, ma si riferiscono a due diverse annualità d’imposta, il 2016 e il 2017, offrendo un quadro completo dell’orientamento della Corte su questo tipo di contestazioni.
Il caso: apparecchi scollegati e raccolta su siti esteri
Tutto nasce da un controllo effettuato nel maggio 2017 presso un esercizio commerciale riconducibile alla società, nel corso del quale le forze di polizia e i funzionari ADM hanno rinvenuto dieci apparecchi e un server collegati a piattaforme di gioco online estere non autorizzate. Secondo quanto accertato, i dispositivi consentivano di accedere a giochi come slot machine, poker, roulette e blackjack con vincite in denaro, pur non essendo collegati alla rete di ADM. Da qui la contestazione dell’evasione del PREU, con il recupero dell’imposta per le annualità 2016 e 2017. La difesa ha sostenuto che si trattasse in realtà di semplici computer utilizzati in un internet point, senza alcun sistema di pagamento né possibilità di vincita. Secondo questa tesi, mancavano i presupposti per qualificare gli apparecchi come strumenti di gioco e, di conseguenza, per applicare il PREU. È stato inoltre contestato che non vi fosse prova dell’effettivo utilizzo dei dispositivi per attività di gioco né della produzione di ricavi.
La posizione della Cassazione
La Suprema Corte ha respinto entrambi i ricorsi, ritenendo infondate o inammissibili le censure sollevate. I giudici hanno chiarito che in sede di legittimità non è possibile rimettere in discussione l’accertamento dei fatti compiuto dai giudici di merito. Hanno inoltre ribadito che il processo verbale di constatazione ha valore probatorio privilegiato per i fatti direttamente accertati dagli operanti e che è sufficiente dimostrare che gli apparecchi fossero idonei a consentire il gioco con vincita in denaro, anche se non collegati alla rete statale. Sulla base di questi elementi, la Corte ha ritenuto provato che i dispositivi fossero strumenti di gioco illecito, confermando quindi l’obbligo di pagamento del PREU.
Le due ordinanze si inseriscono nello stesso filone ma presentano alcune differenze rilevanti. La prima riguarda l’anno d’imposta: una decisione si riferisce al 2016, l’altra al 2017, con distinti avvisi di accertamento. Un ulteriore elemento distintivo riguarda le conseguenze processuali. Nella pronuncia relativa al 2016 la Cassazione ha applicato anche una condanna per responsabilità aggravata, ritenendo il ricorso manifestamente infondato e imponendo ulteriori sanzioni economiche. Nella decisione sul 2017, invece, la Corte si è limitata alla condanna alle spese.
(Agimeg/mg)


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